Ultimo Fuoco
romanzo di Sabrina BarbanteRoma: Gocce d’inchiostro su Ultimo Fuoco
Venerdì 15 aprile alle 19.30, presso la libreria Gocce d’Inchiostro, di Via A. Bertani 11 a Roma, reading di “Scrittori precari”, tra i quali meglio non potrebbe collocarsi Ultimo Fuoco e la sua autrice.
Altri lettori della serata, Simone Ghelli, Luca Piccolino, Massimiliano Coccia.
Sarà inoltre occasione per la presentazione della rivista letteraria “Laspro”.
Non mancate!
Fabrizio e Ultimo Fuoco (Cap I e IV)
Cap I
Un’altra estate -
Ora il tempo è un signore distratto,
è un bambino che dorme
Capitolo IV
1999
E se vai, all’Hotel Supramonte e guardi il cielo…
Mentre camminavo con Claudio, nella prima se-ra di quella strana estate, ancora troppo deserta per sembrare estate, mentre lo sentivo parlare di cose nuove dette da lui, avevo nella mente una canzone di De André.
Non capivo perché, come non si capisce il mo-tivo per cui dei motivetti ti prendono all’improv-viso la mente, come se la musica avesse scelto da sola di restare con te in quel momento.
…tu vedrai una donna in fiamme e un uomo solo…
e poi quel suono di violini, che si sente tra la prima e la seconda strofa. Quelli, mentre sentivo Claudio che taceva e io che respiravo, mentre guardavo la vecchia affacciata al balcone e tutto il mondo che senza il pallone mi sembrava più strano, quel suono di violini nella testa sembrava farmi male.
- Davide, che c’hai? pensieroso? Ti sarai mica fi-danzato?
- Chi io? See, magari. Ma tu piuttosto, me lo dici che ne hai fatto del pallone?
Claudio rise.
- Ancora con sto pallone? Senti, sai che ti dico, per farti star tranquillo ora che viene Pierpaolo gli facciamo prendere il pallone dal retrobottega del bar e facciamo ’sti due passaggi.
- Ma figurati, non è per i passaggi, chissenefrega dei passaggi.
Anche se non lo sapevo, era vero: dei passaggi in sé e per sé mi fregava davvero poco. Era il re-sto che non mi andava. Mi rompeva un po’ che Claudio mi prendesse in giro. E non capivo il per-ché. In fondo non mi aveva mai seccato tutte le volte che lo si faceva. Ma in quel caso, fu come se mi si deridesse per una mia paura, per una debo-lezza. E non mi piaceva.
- Lo dico per te! Ti vedo svogliato, non dovevi diventare un grande calciatore? Se inizi a trascura-re la professione perderai colpi. E guarda che ini-zi ad avere una certa età.
Decisi di buttarla sull’ironico.
- Ma no, in fondo il calcio non fa per me.
Tam! Altra botta alle poche certezze della mia vita.
Attesi che Claudio continuasse.
- Dopo tutta la storia dei diritti televisivi, dopo aver letto sui giornali tutti i soldi che passano nel-le mani delle società… che resta dello sport? Pri-ma eravamo bambini, potevamo far finta di nulla, ma ora…
Ma ora cosa? Ora, voleva dire, eravamo uomini? E la cosa implicava il non poter far finta di nulla, nella mente di Claudio. Certo, sapevo di non es-sere più un bambino, ma la possibilità di essere un uomo e di dover sapere le cose era difficile da prendere in considerazione così, a mente fredda, con quei violini dell’Hotel Supramonte ancora nelle orecchie. Non poter far finta di nulla… que-sto voleva dire per Claudio essere uomini?
- Mi sa che il solo esempio di calcio vero lo possiamo dare solo noi, qui, mentre facciamo due passaggi. – aggiunse saggio e accigliato, prima di sorridere di nuovo. – Allora dai, facciamolo vede-re a Shevchenko e Weah di cosa siamo capaci noi!
Scese dal muretto dove eravamo seduti, e andò incontro a Pierpaolo che ci raggiungeva. Anche lui non lo vedevo dall’estate precedente.
- Ehi grande uomo! Prendi il pallone va, che og-gi torniamo campioni del mondo!
Uomo non so, ma grande Pierpaolo lo era dav-vero. Non ricordo persona dalla possanza mag-giore. Era sempre più enorme e il suo volume si estendeva in altezza, larghezza e profondità.
Che avessimo 4, 7, 16 o 18 anni, lui era sempre stato almeno due palmi di mano più alto di noi, almeno dieci chili più pesante e, per altri aspetti, un po’ più precoce.
Si era fidanzato a 15 anni con Benedetta, una ra-gazza con gli occhiali e l’aspetto da secchiona, alle scuole medie, ma che col passare degli anni di-ventava abbastanza carina. Un po’ l’apparecchio che da un anno all’altro non c’era più, lasciandole un bel sorriso e l’idea che se la natura è cattiva l’uomo può sempre rimediare, un po’ la montatu-ra degli occhiali che di anno in anno diventava sempre più leggera ed aveva fatto persino intuire che i suoi occhi erano grandi e verdi, un po’ quel-l’aria che da sfigata era diventata di dolce malin-conia. Tutti elementi che col passare degli anni le avevano concesso l’opportunità che, come diceva mio nonno, viene concesso al buon vino e a chi sa attendere, di migliorare col tempo.
Non sapevamo se era dovuto a Benedetta o me-no, ma anche Pierpaolone migliorava di estate in estate. Non capivo se fosse stato il tempo ad es-sere clemente con loro, o se addirittura si fossero migliorati reciprocamente. So solo che mentre l’anno della loro tresca noi lo prendevamo in giro perché lei era una secchiona un po’ racchiotta, con probabile cintura di castità, a diciotto anni un po’ gliela invidiavamo, anche se mai e poi mai lo avremmo ammesso.
Un po’ più dirette erano le ragazze: anche le a-miche di Benedetta, compresa sua sorella Maria, le avevano detto, a suo tempo, che lui non era abbastanza per lei. Un po’ troppo rozzo, incapace di guardarle negli occhi e parlarle dall’alto imba-razzante del suo personale pachidermico. Bene-detta non diede retta, forse anche un po’ consa-pevole che le sue forme inesistenti e il suo sorriso di acciaio non le avrebbero permesso di aspirate a Claudio, il più ambito del gruppo. A distanza di tre anni, sapevo tramite indiscrezioni che molte ragazze avrebbero voluto un ragazzo devoto e le-ale e poi nemmeno tanto brutto come Pierpaolo.
Io non capivo quello che potevano provare l’u-no per l’altra, tanto da stare assieme per tre anni.
Se ci pensavo un po’ provavo uno strano senso di nausea, poi un po’ di curiosità e di invidia. Ma ancora non ero ben in grado di distinguerla dalle altre due cose.
Palla al centro della piazza. Iniziammo a giocare. Attendevamo solo che qualcuno si lamentasse, perché senza accorgercene, tra una chiacchiera e l’altra, si erano fatte le dieci di sera.
Quando ero lì, in estate, mia madre non si la-mentava se per ore non tornavo a casa, se non c’ero per cena e se passavo nottate fuori. Il moti-vo non lo seppi mai.
Intanto noi giocavamo sino a tardi, sempre imi-tando le movenze e le smorfie dei giocatori che in un 1982 che noi non potevamo ricordare ci ave-vano fatti diventare
CAMPIONI DEL MONDO! CAMPIONI DEL MONDO! CAMPIONI DEL MONDO!
I grandi ce ne parlavano da sempre, con un sor-riso che non si capiva se esprimesse compiaci-mento nel ricordare o pure e semplice sarcasmo e superiorità verso di noi; perché noi sì, forse era-vamo giovani, forse avevamo la vita e il mondo in mano, ma quel momento magico non lo avevamo visto e vissuto. Non ci era appartenuto. Noi ne provavamo un po’ di rammarico per qualche mi-nuto, sperando che al prossimo mondiale anche noi avremmo fatto parte della nuova generazione di vincitori. Ma poi tornavamo a fare i nostri pal-leggi, i passaggi nella piazza che diventava il cam-po da gioco del prossimo mondiale. E all’improv-viso i protagonisti eravamo di nuovo noi, inter-preti principali della storia che ancora doveva ve-nire.
Fu così anche quella sera, nella prima notte del-l’estate del 1999, finché non realizzammo che era tardi, anche per noi.
Era difficile sentirsi protagonisti di qualcosa mentre tutto sembrava cambiare senza chiederci il permesso.
Una moneta nuova che stava per esserci imposta e non ci sembrava vero, un italiano presidente della Commissione Europea, che nemmeno capi-vo bene cosa fosse, gli amici che non avevano più solo un pallone cui pensare, le racchie che cre-scendo diventavano sempre più belle, i grandi poeti che morivano senza dir nulla a nessuno, la-sciando il suono dei violini nella testa…
Quello che cambiava un po’ già mi mancava.
…passerà questa pioggia sottile, come passa il dolore…
Grazie ai ragazzi di Zei
Dopo la presentazione di Ultimo Fuoco dello scorso lunedì (22 dicembre 2008, per i posteri) sento la necessità di ringraziare di cuore i ragazzi di Zei per la splendida serata. Grazie ad Alberto e alle parole semplici e delicate con le quali ha saputo descrivere il mio piccolo romanzo; grazie a tutta l’organizzazione per quel comodissimo divano sul quale, come se fossi stata nel salotto di casa mia, ho potuto chiacchierare di Marta, di Davide, di Claudio e delle loro piccole grandi storie. Grazie ad Alessia, la solita dolce e grande amica, una di quelle persone sulle quali si può sempre contare, anche senza chiederle nulla.
Grazie a tutto Zei, grazie ragazzi.
Un’altra storia fuori dal cassetto
Recensione di Rossella Bufano
1999: il cambiamento investela società e la vita di Davide
di Rossella Bufano
Il protagonista dell’“Ultimo fuoco” è un diciassettenne che scopre all’improvviso di essere cresciuto e che si ritrova a riflettere sul mondo che lo circonda, da quello familiare a quello “globale”…. CONTINUA A LEGGERE
Sara scrive su Ultimo Fuoco…
Condivido un pensiero su Ultimo Fuoco mandatomi da Sara Macchitella. (grazie Sara!)
Un racconto intenso ed un Io narrante che ti affascina per “le mani in tasca” e per i pensieri, troppi i pensati, pochi i dichiarati. Un libro che ho letto d’un fiato con la voglia di finirlo perché catturata dalla loro storia. I diciassettenni Davide e Marta: due mondi che sanno di incontrarsi per dirsi nel momento più aulico della loro interiore conoscenza, addio. Un addio che però non si vogliono dire perché più facile lasciarsi odiare che farsi amare. Sono miei pensieri, dei tanti che in testa mi sono sopraggiunti leggendo, Sabrina, il tuo libro. Be, Sabri, leggerti è stato per me una pausa felice presami con il tuo libro. Mi sono posta davanti ad Ultimo Fuoco con un proposito secco e fermo: tu non conosci la scrittrice, devi importelo Sara. Ma invece non ci sono riuscita perché tu nel tuo libro irrompi ed è bello, contrariamente a come pensavo, sapere che quanto leggevo, frutto di tua fantasia, era comunque da te scritto.
Tracce di te? Sebbene durante la presentazione del tuo libro svoltasi a Lecce molti dei tuoi amici tentavano di comunicartelo, oppure cercavano di portare nel tuo libro tue espressioni o tue simpatie , o ancor di più ravvedevano nell’io narrante maschile un tuo tentativo di non cadere in un Io autobiografico, io ho fatto altro: ho fatto ciò che ci conduce poi a ricordare un film, un testo una poesia come indimenticabili. Ho portato me stessa nel racconto o comecomunementesisuoldire “mi sono immedesimata”. Dopotutto è così che mi sono resa conto che leggerti era piacevole quanto piacevole era poter staccarmi dallo scrittore ed affezionarmi al libro. Ci sei riuscita. A cosa? A farmi affezionare al tuo racconto ed ad immedesimarmi in alcune esperienze ed in alcuni gesti che ho vissuto nel mio passato. E se nel libro so che hai portato i fuochi di Malta, ciò che mi è capitato è stato che non solo questo di Malta ho trovato.
Un grande abbraccio mon amie e sarebbe davvero bello che tu continuassi.
